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  Civilization & wilderness (CD 2007 bluebout)
Quando si ascolta un disco nuovo sapendo di volerne o doverne scrivere qualche riga, la mente comincia ad arrovellarsi per individuare riferimenti musicali, una linea di scrittura che possa accompagnare il lettore, qualche degna citazione artistica che possa in qualche modo imprimere emozioni simili a quella della musica.
Le cose possono farsi terribilmente complesse o incredibilmente semplici.
Il caso di “Civiltà e selvaggina” come viene famigliarmente chiamato dai reggiani Rufus Party il nuovo album uscito il 3 dicembre 2007 è della seconda categoria.
La mia recensione potrebbe e dovrebbe finire qua: questo è il disco che Mick Jagger e soci non fanno da circa trent’anni (ma dovrei fare i conti per bene). E vi assicuro che questa frase che suona un po’ fanfarona, alla fine del primo ascolto potrebbe risultarvi riduttiva, tante sono le “presenze” in questo album.
Bert, Marco e il resto della compagnia riescono nel non facile compito di realizzare un disco rock blues nel 2007 che sia convincente e credibile, duro e tradizionale, romantico e danzabile, malinconico e rabbioso, festante e riflessivo.
Lo fanno percorrendo la strada di un lavoro di scrittura maturo e solido che pesca a piene mani dalla storia del genere, mantenendo una chiave di proposta personale, calda, intensa e viva.
Basta poco.
E’ sufficiente farsi ammaliare fin dal primo ascolto da quella “Girl on a pedestal” in grado di sedurre il più distratto ascoltatore oppure perdere il controllo delle proprie natiche di fronte all’apertura di “Mr Shuffle”.
Ma se non bastasse, lo spirito di Keith Richards e di Charlie Watts si impossesserà di voi quando le vostre trombe di Eustachio si riempiranno di “Love & Money”, mentre verrete presi letteralmente a schiaffi dal basso di Bert in “Walk of fame”.
Basta poco.
Basta il “caloroso” intreccio di chitarra e tastiera (splendido in tutto l’album il lavoro di Samuele Seghi) di “Ghettobluster suicide” a incendiare la vostra anima e, per dirla col testo, finirete per “giocare col fuoco fino a bruciarvi”.
Basta poco.
Il lento e seducente incedere di “I owe you everything”, il singolo soft che Mr Lenny Kravitz sta cercando da qualche tempo, con tanto di falsetto di Bert che mette la firma ad un pezzo che sembra già un classico.
Il duetto con Elena Vittoria che rivitalizza uno standard folk dal repertorio solista di Bert, in una canzone che vi riporta alle prigioni di Folsom oppure il veleno che vi accoglie letale nella conclusiva “Poison in your drink”.
Basta poco.
Una sezione ritmica impeccabile capace di dare fondo a tutte le “specie” che il genere metteva a disposizione, una chitarra camaleontica in grado di rendersi efficace e splendidamente cromatica nei diversi habitat blues esplorati, una serie di tastiere - pianta rampicante in grado di intrecciarsi nei luoghi più impervi colorando lo sfondo, la collaborazione di piccoli animaletti apparentemente minori ma fondamentali per realizzare la catena alimentare, una interpretazione vocale che farebbe impallidire il ruggito di qualsiasi felino: tutto decisamente più wilderness che civilization.
Basta poco.
A loro basta essere una delle migliori cose che vi possa capitare di vedere su un palco in questa valle nebbiosa che da oggi, grazie a questo disco, assomiglia un po’ di più all’Arkansas.
A noi basta acquistare “Wilderness & Civilization” che siamo tentati di definire il miglior ascolto di questo 2007.
Basta poco, ve l’avevo detto.
Land (dicembre 2007)